mercoledì 11 maggio 2016

"Ssssh."

Che stai facendo?
"STA ZITTO!"
Si sentì il peso di quegli sguardi ostili addosso. Il terribile potere nelle sue mani avrebbe potuto liberarlo per sempre.
Stai per fare una cazzata. Non si torna indietro.
Cercò aiuto nell'odio di quella massa di occhi, come un urlo nella profonda oscurità dell'abisso.
Non guardare loro, sai benissimo che loro qui non c'entrano.
"Ti prego... lasciami in pace..."
Non stavolta. E non osare piangere.
"S-scusi"
"ZITTA  ANCHE TU!"
In quel momento il suo dito frizzò per un attimo. Fu ad un tic dal far saltare le cervella ad una povera ragazzina in un seminterrato.
"S-signore, n-non ha p-parlato nessuno..."
Non ha tutti i torti.
"STAI ZITTO HO DETTO"
In quel momento il suo dito frizzò per un attimo. Fu ad un tic dal creare una via di fuga per il suo peggior amico.
E che vorresti fare adesso?
"Ti prego, basta, sta zitto"
In quel momento, il potere gli scivolò tra le mani, cadendo a terra con un tonfo sordo tra dei singhiozzi malamente strozzati. Le sette preziose gemme calibro .45 al suo interno, ciascuna una via di fuga da un seminterrato che nessuno dei presenti poteva più sopportare, riposavano supine nel loro letto di acciaio inossidabile.
"S-signore, va tutto bene?"
Lasciala perdere. Che vuoi che ne capisca? È una cosa tra noi due. E lo sai. Noi due e nessun altro.
"Ti prego basta... basta..."
"Signore... non so con chi stia parlando... ma non crede dovrebbe smettere di ascoltarlo?"
Hey, hey, non ci provare nemmeno. Cazzo, io per te ci sono sempre stato.
"Ti prego smettila… forse stavolta… abbiamo esagerato...."
Una roba un po' sui generis.
Ne abbiamo già parlato. Ricordati cosa ti hanno fatto. Ricordati perchè mi hai creato.
“Si… si… hai ragione…”
Sbaglio o ti ho salvato da una situazione simile una volta?
“S-signore?”
Beh, anche quella volta c’era una ragazzina. E alla fine della fiera sei stato costretto a partorire me.
“Sta zitta.”
L’hai lasciata fare. E hai avuto bisogno di qualcuno che ti raccogliesse. Quindi che ne dici di evitare che accada di nuovo?
La chiave della liberazione fu puntata alla fronte di una quattordicenne.
Bravo, così.
In quel momento il suo corpo frizzò per un attimo, un glorioso, eterno attimo, alla fine del quale potè parlare solo in vocali.
“Shaai hihho”
Scusa, non sono sicuro di aver capito. Sicuramente la ragazzina non ha capito.
Si sfilò quella maestosa e tremenda potenza dalla bocca, tra gli sguardi sempre più confusi e via via meno carichi d’odio dei presenti.
“Ho detto, sta zitto”
Ma anche su questi generis.
“Signore, non lo ascolti, ascolti noi”
Eccola di nuovo. Non ci sono più gli ostaggi di una volta. Parla proprio come una che a cui non hanno mai rotto la mascella, eh? Fortuna che abbiamo il rimedio giusto, io e te.

La confusione divenne terrore. Delle sette preziose gemme, una svanì in un orgasmico lampo di luce, un istante di assoluta gioia, la cui esistenza potè essere attestata successivamente solo da una vaga puzza di zolfo e un murales di sangue e cervello umano.


mercoledì 4 maggio 2016

Debito

Te.
Oh blocco di marmo grezzo, superimposto in una dimensione sconosciuta ai più, su tutto ciò che il marmo può essere. Tutto. Nulla. La dimensione delle possibilità, congelata. Intrappolata è la speranza nella perfetta staticità del marmo, eterno guardiano ed imperituro prigioniero di sé stesso. Oh possente marmo, la tua imperfetta perfezione, voluttuosa staticità dalle viscere di Carrara resta nel tempo, bastante a sé stessa, immutabile per propria inazione.
Lei.
Una mano, oh gigante informe, soave e perfetta, a tastare le tue venature, una voce fielemente dolce a sussurrare nelle tue rigide curve bisbiglii di amorevole comprensione, occhi perlaceamente castani a carpire ciò che di incarpibile c'era nelle tue informi forme. Senza bocca, urlasti in te giorni, settimane, mesi. Cantasti canzoni soavi, pregno del suo incantamento, avido del suo nettare.
Voi.
Oh blocco informe, sappi ciò, oro e argento non saziarono di Pluto l'appetito, ma oh come palpitò del Dite Padre il cuore posando lo sguardo su di voi, mai si vide, se non quando dell'Alma Mater l’erede discese presso le sotterranee ricchezze.
Lei.
Nella cava, gli improbabili amanti divennero una sol cosa, così faceste voi. Lei divenne le tue venature, radicata nel profondo delle tue possenti membra, nel freddo abbraccio della divina roccia prediletta dalle Arti. Ma persino lei potè sopportare la composta freddezza di tale unione per poco, ritirandosi pian piano, colpendo e scalciando la sua prigione bianca, te, sciagurato marmo!
Te.
Ciò che resta oggi. Frammenti. Scarti. Pezzi. Una collezione di fratture. Un’agghiacciante simmetria temporale ti unisce a ciò a che eri. Ma i tuoi frammenti, figli della perfezione, perdurano. Ciascuno di essi, una statua. In ciascuno di essi, l’Eternità ingiustamente toltati. In ciascuno di essi, il di Lei tocco, a te non più familiare. Relitti eterni, eternamente vaganti per il mondo. L’ultima benedizione che Lei ti donò.

Si, marmo. Bello eh?

lunedì 2 maggio 2016

Da Radici, Fiori

I Pink Floyd je fanno na sega a Carletto.

Giornata vuota. Non puoi uscire. Troppo caldo. Non prende il telefono, non puoi sentire nessuno. Le cuffie si sono rotte. Preso dalla disperazione, ti butti sulla lettura, credi ci sia una libreria in salotto, e con un po’ di fortuna i libri non saranno quelli da esposizione dell'IKEA con le pagine tutte bianche e i titoli in svedese maccheronico. Pigli la prima roba libriforme che trovi, un libro di botanica forse, o comunque una roba sui fiori. Speri nelle figure, almeno non dovrai fare troppa fatica. Autore francese. Eccheccazzo, proprio uno che viene dal popolo che ha inventato il bidet e che poi gira con le baguette sottobraccio.
“Una rovina in un solo sbadiglio
Inghiottirebbe il mondo: è la Noia!”
Quando rientra tua madre, le radici messe dal libro stanno facendo sbocciare i primi fiori.
I Fiori del Male. Un viaggio nel torbido, nel tremendo, nella fragilità umana, che ha portato un uomo perso per le vie di Parigi a trovare un raro seme di quella pianta che tutti sembrano voler far sparire, il seme della malattia che pervade l'umanità e che sembriamo voler fingere non sia mai esistita. Il seme del Male. La pianta più comune mai esistita, ma una pianta di cui nessuno ha mai visto fiori e frutti.
“Ma io, inebetito più di loro, dico:
Che cercano nel Cielo, questi ciechi?”
Baudelaire vede e vive il male, senza giudicarlo.
Lo capisce. Capisce il suo potenziale.
Prende un bel vaso di carne, lo riempie d’oppio, e pianta il seme. Lo innaffia ogni giorno con assenzio e vino, per fortificarne le radici. Chiede consiglio su come curare la piantina a molte giardiniere, sempre alle più orripilanti. Perché loro hanno avuto a che fare più volte con questa pianta allo stesso tempo così comune e così introvabile, nascosta in piena vista ovunque. La pota, con carta e penna, ne addolcisce le forme per stemperare l'acre odore che emana. Per favorirne la crescita.
“O stirpe di Caino, scala il cielo
E sulla Terra scaraventa Iddio!”
Finalmente, i fiori sbocciano. Fiori immensi, immensamente grandi ed immensamente piccoli, sui cui petali deformi si intravedono venature, attraverso cui scorre la linfa proveniente dalle radici. Radici che passano per l’oppio, rafforzate dall’assenzio, ma che traggono il loro nutrimento nella carne.
Perché in fondo è questo il punto dei Fiori del Male. Qualcosa di più di una semplice raccolta di esperienze. Qualcosa di più di una riflessione. Le loro venature scorrono infinite, le loro radici affondano nel palmo di carne e sangue le cui dita ora reggono tremolanti il libricino. Un addio alla vita. O forse un buongiorno.
"I vostri bagliori sono il riflesso
Di quell'Inferno ove gode il mio cuore."
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