giovedì 27 ottobre 2016

X Agosto

Questi cieli empi e voti
Altro non son che l'aia
Ove lucciole dall'incerti moti
Cercan buchi scelti dall'astrali calcoli
Per spegnersi in di silenti pargoli
Sgomenti risi di mistero e gioia.

domenica 16 ottobre 2016

Lumache in cucina

Vivo al terzo piano, in mezzo al paese e ho le lumache in cucina.
Vivo al terzo piano, in mezzo al paese, ho le lumache in cucina e ci bevo sopra.
Vivo al terzo piano, in mezzo al paese, ho le lumache in cucina, ci bevo sopra e la situazione è terribilmente familiare.
Oh beh, sticazzi, il vinaccio non si beve da solo.
“IO SONO GRAH’N CH’SHUGG”
Porco il clero. Ecco perchè era familiare.
“IO SONO L’ARALDO DEI PARASSITI, E I PARASSITI SONO I MIEI ARALDI”
“E’ per questo che ogni sera me mbrasi in cucina?”
“EDDAI, SEMPRE A SMINUIRMI”
“In realtà è autocommiserazione, lascio intendere che il parassita sono io.”
E Grah’n me sbava tutta la cucina cercandosi un bicchiere pure lui.
“Ho appena lavato i piatti”
“E STICAZZI TANTO HAI LA LAVASTOVIGLIE NO?”
“Si ma ho anche appena lavato per terra, e se la smettessi di defecare lumache e vermi mentre ti prendi un bicchiere mi faresti un favore.”
“SEMPRE A FARMELO PESARE, STRONZO, PENSI CHE MI PIACCIA ESSERE IL DEMONE PEGGIORE DELL’INFERNO?”
Ecco che ricomincia.
“CHE AD OGNI FESTA CI STANNO SATANA E LUCIFERO CHE SI SCAMBIANO I VESTITI COSI LA GENTE LI CONFONDE E I DEMONI SUMERI FIGHI COL CAZZO A PENZOLONI E TUTTI A RIDERE DI QUELLO CHE <AL MASSIMO RIEMPI DI BAVA NA CUCINA>”
“Che è quello che stai facendo.”
“APPUNTO!”
Che palle. E io che volevo limitarmi a piangere sangue ubriaco e svenire sul tavolo stanotte.
“Lo so che non è facile…”
“NO CHE NON LO SAI! SONO TREMILA ANNI CHE VENGO IGNORATO!”
“Un motivo ci sarà, e poi scusa, la tua sfera d’influenza è lo schifo e i parassiti, manco ai cattivi matti dei film brutti piacciono ste cose.”
“LO SO MA ESISTO UNICAMENTE PER INCARNARE IL PARASSITISMO SENZA EGUALI, NON HO ALTRI SCOPI”
Il che spiega il mio non essere andato in coma etilico nonostante la quantità di bottiglie vuote per terra.
“Mazza, sei peggio de me quanno m’ha lasciato Alessia…”
“COME SCUSA?”
“No niente dico, ma t’haa finisci quaa sambuca?”
“SI”
Che palle, Ho una passione per la sambuca. È ora di far vedere che lo stage di psicologia fatto coi punti del Tavernello è servito a qualcosa.
“Senti, te la butto la, dovresti rivedere le tue priorità.”
“CIOE?”
“Non so, inizia non lasciandomi gli scarafaggi sul tappeto.”
“GLI SCARAFAGGI SONO BELLISSIMI, SOPRAVVIVERANNO AD UNA GUERRA NUCLEARE.”
“A sta stronzata nce crede più manco mi nonna.”
“GUARDA CHE È UNA DELLE GRANDI VERITÀ DEL MONDO CHE IL CERVELLO UMANO SI RIFIUTA DI ASSIMILARE TOTALMENTE”
“Immaginavo.”
“SE AVESSI IDEA DI COSA SI CELA OLTRE IL VELO DELL’UMANA IGNORANZA”
Ecco spiegato il nome da fanboy di Howard. Urge salvare la conversazione. Sta per finirmi la sambuca.
“Già, vero. Sai che c’è? Non credo che il problema sia l’essenza del messaggio.”
“AH NO?”
“No no, del resto vendono gli iPhone e non la Finkbrau… no, credo che il vero problema sia il modo di dare il messaggio.”
“DICI?”
“Dico, dico, sicuro. Ecco, forse se non urlassi malissimo sarebbe un bel passo avanti.”
“MA SE NON URLO LA GENTE COME FARA’ A CAPIRE CHE SONO UN DEMONE?”
Sbuffo abbastanza rumorosamente da fermare il tentacolo che porta alla sua terza bocca il bicchiere.
“Ma che cazzo, la gente nun lo deve capì!”
“... AH.”
“Almeno non subito, sennò scappa.”
“... AAAAAAAAAAAH.”
“Hai presente no, tipo il Diavolo che mo non lo so se è Satana o Lucifero o Pazuzu oppure James Maynard Keenan, mica va in giro con le corna, sta sempre in giacca e cravatta, con la ventiquattrore, o vestito da contadino ripulito con la parrucca nel caso di Keenan.
“... SAI CHE C’E’ DELLA VERITA’ IN CIO’ CHE DICI?”
“Esatto, dai adesso prova, fai come me, p-a-r-l-a-p-i-a-n-o-s-e-n-z-a-u-r-l-a-r-e. Da bravo.”
“Tipo così?”
“Tipo così.”
“Come fai te?”
“Come facci te.”
“Ma se mo c’è una pausa il lettore come fa a capire se parla il demone o il padrone de casa?”
“Sticazzi, problema del lettore no?”
“Vabbo, il racconto è tuo, poi nte lamenta se nessuno te pia sul serio come scrittore…”
E infatti ecco, pausa. Una lunga, tremenda pausa. Sento vacillare la mia identità, e il lumacoide dai molti occhi davanti a me probabilmente prova la stessa sensazione.
“Che poi no, c’è davero differenza tra quello che dici te e quello che dicio io?”
“Ma mo chi de noi due sta a parlà?”
“Ah boh, parlamo uguali, magari semo lo stesso cristiano”
“Enno, cristiano no”
“In effetti pure io me vergogno a famme da del cristiano”
“Chiedemo a Keenan.”
“Ma se è il Diavolo se potemo fidà?”
“Io nun me fido manco de te.”
“Se è per questo manco io me fido de me.”
Sento la sambuca girarmi in gola e fare ristrutturazione a modo suo.
“Madonna potremmo essere la stessa persona.”
“Nun credo, te sei na cosa a forma de lumaca che pulisce le cucine nvase da eee lumache infernali e io so n’demone ubriaco che dispensa consigli.”
“Spe, stamo a fa confusione su chi è cosa e su cosa è cosa.”
Sento i miei rigurgiti coprire il pavimento mentre scivolo sulla bava di lumaca che mi esce dalla bocca, finendo per sguazzarci. Che è più piacevole di quanto pensassi.
“Ma poi semo almeno du cose diverse?”
“Nun credo, ma me sa manco prima lo eravamo”
“Greve.”
“Già.”
Mi rendo conto che tanto non serve ad un cazzo questa conversazione. Chi tanto domani il demone con il nome in r’leyhano maccheronico ritornerà, e mi farà passare un altra notte insonne a pulire la sua bava. Un altra notte a chiedermi se è solo un’allucinazione o un demone vero. Un’altra notte a chiedermi perché non ho avuto il coraggio di buttarmi. Un’altra notte a spargere inutilmente sale per non far entrare le lumache che tanto se lo leccano i gatti. Un’altra notte in cui il mio vomito e le secrezioni di una creatura spostata su diversi piani della realtà diventano tutt’uno.
“Simò, che cazzo te urli di notte? E perché sei sdraiato pe tera? So di nuovo entrate le lumache?”
“Sssh má, zitta, che Grah’n Ch’Shugg me sa che in realtà so io”
“Simò che cazzo te sei bevuto? Quante bottije ce stanno pe tera? E quello è sbratto?”
“Bona va, che se è vero vado a fa er sottoposto de Pazuzu, altro che la facoltà de ingegneria del cazzo!”
“... stai a parlà co na lumaca? Porca troia Simò, speravo de evitallo er TSO almeno co te.”

sabato 15 ottobre 2016

Li

Per avere talento devi capire l'origine del tuo dolore.
Beh, se lo ha detto Giger credo sia vero. Insomma, me fido. Ha detto anche che non c'erano abbastanza cazzi nelle arti visive, e credo tutti possano essere d'accordo. Ergo è un tizio affidabile. QED.

Passeggiava per quella landa desolata, danzando tra i cadaveri semoventi che la inabitavano. Saltando tra i luridi cavi che li tenevano sospesi in quella mezzamorte fatta di movimenti ritmici e malati.
Non essere triste. Vedrai, morirò.”
Viaggiava con il suo sguardo limpido, calmo, vuoto. La serenità del nulla, stampata sul suo volto come i circuiti sulla terra, pervadeva lo squallore di quel luogo oscuro e onirico. La tranquillità dei recessi più oscuri del nostro animo, dove il matrimonio tra terrore e odio figlia il tremendo abisso, che ci fa disperdere nel suo sguardo vacuo.
Li II.
Vado a piangere in bagno.
Un po' per illuminazione divina.
Un po' perchè mi fa male all'anima.
Ce la posso fare. Troverò la forza. E se non la troverò tornerò da te, dal tuo sguardo pieno di disgusto, dalle tue parole che rimbalzano nel mio cranio come proiettili di piccolo calibro in moto perpetuo.”
Ciascun passo, un incubo biomeccanico sul terreno cerebrale su cui danzava soave. Ciascun incubo, ciascuna di quelle creature inorganicamente organiche, così umane e così mostruose, uno stupro dell'insonnia con la quale il suo amante navigava quello stesso luogo. Un’impressione eterna di quei movimenti terribili, con i quali le profondità ci scandagliano.
Un giorno, non resterà nulla di me. Un giorno, nemmeno gli Dei rinchiusi nell'abisso delle nostre menti, che tentano di fuggire nei momenti più bui, nemmeno loro si ricorderanno il mio nome.”
Ogni passo avvicinava la realtà al sogno. Ogni passo avvicinava lo squallore all'incubo. Ogni passo avvicinava Lui al Nulla del di Lei sguardo. Ogni passo che Lei faceva in quella regione del di Lui cervello, ergeva un nuovo monumento di carne, sangue e macchinari, ad imperituro monito di quel passaggio.
Ma farò in modo che il tuo risuoni eterno, farò in modo che nessuno possa fuggire dalla prigione eterna della calma del tuo sguardo.
Ogni passo di quella danza antica e oscura avvicinava Hans e Li.
L'amore di questo cadavere dimenticato non svanirà mai. Ti amo. Te lo giuro, Li.”
"Addio, Hans."
E fu così che l'amore provato da Hans Ruedi Giger per Li Tobler fu tutto quello che rimase dei due nei secoli dei secoli. Un incubo collettivo, condensato nella vacuità di uno sguardo cablato negli oscuri abissi dell’animo.


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